Caro Marchionne, vai avanti ma non lasciare Confindustria

L’accordo Fiat è “molto buono”, dice Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb. Anzi, “è sano, perché concede maggiore flessibilità nell’uso degli impianti e del lavoro, quindi più produttività in cambio di aumenti salariali”. Ma l’ex direttore generale di Confindustria (dal 2000 al 2004, con la presidenza di Antonio D’Amato) solleva alcuni dubbi, uno in particolare: “C’era davvero bisogno di rompere con l’organizzazione imprenditoriale?”.
6 AGO 20
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La sua risposta è no. “Tanto meno ce n’è bisogno per stipulare un contratto di settore come l’auto”, spiega al Foglio. “Io sono presidente dell’associazione delle imprese di tlc (Assotelecomunicazioni o Asstel) e ormai da dieci anni abbiamo realizzato un contratto che prevede ampia flessibilità. Allora solo Telecom Italia godeva il privilegio di un contratto specifico, tutti gli altri applicavano quello dei meccanici anche se il mestiere è del tutto diverso. Così, di volta in volta, gli operatori si sono sfilati e hanno dato vita a un accordo di settore”. A differenza della Fiat, la questione chiave non è il tempo, ma l’inquadramento. Cioè, in concreto, i lavoratori sono diventati tecnici, con un salto professionale e salariale che conviene ai dipendenti e con uno scambio rispetto ai modi di impiego della forza lavoro che conviene alle imprese. Tutto ciò senza laceranti divisioni.
D’accordo, ma la Fiat è la Fiat. Il laboratorio del conflitto e delle relazioni industriali, da un secolo, è a Torino. “Quale Fiat? Per me ne esistono due, una conservatrice e una rinnovatrice. La prima è la Fiat dell’Avvocato, la seconda è la Fiat di Marchionne”, sostiene Parisi. Ma Gianni Agnelli non era il padrone illuminato, l’uomo del patto dei produttori, della scala mobile, della modernizzazione, anche lui americano almeno nello spirito? La Confindustria di Agnelli e Pirelli era l’espressione della borghesia avanzata, o no? Parisi non condivide l’opinione prevalente: “La Fiat ha privilegiato il consenso per avere in cambio sovvenzioni statali, lasciando così che la Fiom o le frange più estremiste facessero il bello e il cattivo tempo. Ha bloccato la riforma delle pensioni, perché le facevano comodo i prepensionamenti. Con Paolo Cantarella c’era una gran paura di ogni accordo separato”.
I veri momenti di rottura e innovazione sono stati il 1980 a Mirafiori, una certa parte della gestione Romiti (quella in cui praticava meno la triangolazione con i governi), la presidenza di Vittorio Merloni in Confindustria e Antonio D’Amato con la riforma scritta da Marco Biagi e con la battaglia per abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Quella sconfitta pesa ancora. “Se ne riparlerà tra vent’anni, purtroppo, intanto il mercato del lavoro resta diviso tra garantiti e no. Per questo mi auguro che la svolta di Marchionne vada fino in fondo”. Perché, c’è il rischio che venga bocciata al referendum? “Non credo, ma la condizione affinché abbia successo è che la Fiat dimostri che in Italia si può venire, lavorare e competere, anche nell’industria manifatturiera”. Gli svizzeri in Fastweb lo hanno fatto, ma certo la situazione è diversa. “Anche grazie alle condizioni contrattuali”, insiste Parisi.
Quanto all’intesa interconfederale del 1993, è senza dubbio “figlia della cultura concertativa che allora prevaleva alla Fiat e in Confindustria era incarnata da Carlo Callieri, durante la presidenza di Luigi Abete”. Tuttavia, Parisi mette in guardia dal gettare Confindustria con l’acqua sporca: “Quell’accordo è il primo che definisce il criterio di rappresentanza in base al negoziato e non alla legge. Qual è l’alternativa? Una soluzione legislativa rischia di essere peggiore”. E allora cosa vuole Marchionne? “Credo che sia stato mal consigliato da qualche azzeccagarbugli. L’uscita da Confindustria viene troppo enfatizzata. Non esiste un vero problema politico e insistere su un terreno puramente legale temo che possa diventare un boomerang”.
Parisi si augura che lo strappo venga ricucito e vede alcuni segnali in tal senso. Incaponirsi sul fare da soli diventa un errore. Così come “è sbagliato considerare Emma Marcegaglia conservatrice. Al contrario, la riforma contrattuale firmata con Cisl e Uil dimostra che non lo è”, insiste l’ad di Fastweb. “Conservatrice, almeno da una decina d’anni a questa parte, è la Cgil. Spero che Susanna Camusso lo capisca, ma finora sono deluso: ha perso un’occasione per prendere le distanze, bloccata dalla paura che si apra un fronte a sinistra, insomma anche su di lei pesa il ricatto del partito Fiom”. Certo, esistono diverse anime anche nel “patronat”: c’è quella che teme le novità e resiste, c’è un pattuglione che aspetta di vedere dove va il pendolo, ma un folto plotone, ben più di un’avanguardia, si muove lungo la strada del cambiamento (la chimica, l’acciaio senza contare le imprese del quarto capitalismo). Dunque, bisogna guardare al panorama contrattuale italiano senza schematismi. Parisi, insomma, apprezza la svolta del gruppo torinese, ma ricorda la grande responsabilità che si assume: “Marchionne dice: se non mi date più flessibilità non investo. Dobbiamo sapere che se non investisse, a questo punto, sarebbe una grave sconfitta per chi guarda all’Italia e scommette su di essa. Una sconfitta per tutti, anche per Marchionne”.